domenica, marzo 12, 2006

Foglie

"Vado a casa in Montana, poi in Idaho e Wyoming."

"Vado alle Hawaii."

"Vado in Marocco."

"Vado in Messico."

Chapel Hill, Oklahoma City, San Francisco, Boise, Austin, Madison, Wichita, Green Springs, White Plains, Brooklyn, Miami, Santa Fe, Flagstaff, Chicago, Montreal.

Le risposte si accavallano come i ricordi di una giornata piena di minutaglie, le parole ad accartocciarsi su se stesse fino a far parte di un mucchio informe di frammenti di tempo, spazio e la speranza di un'attesa che e' sempre migliore di quello che alla fine si riceve. O quasi.
E' il primo giorno dello Spring Break, oltre che l'ultimo di lavoro per me. Classi semivuote, tempo perso in risate vacue, tanti saluti e andatevene tutti affanculo - lasciate questo posto agli indigeni, a chi ci lavora e a chi non vede l'ora di vederlo finalmente vuoto.

Di certo lo sfizio me lo sono levato.

Duemilacinquecentoquarantaquattro persone. Cinquemilaottantotto ruote di trolley che fanno casino tutte insieme, picchiano sui marciapiedi, si incastrano sugli scalini, fanno il loro, e nel giro di tre ore il Vassar College sembra una zona smilitarizzata. Di quelle in cui chi puo' tiene bassa la testa, caschi blu in primis - passando le giornate come nei film fra un rum cattivo e una puttana comprensiva, maledicendo il caldo e addormentandosi con la nove para a portata e il sogno dell'ultima mesata prima di mandare tutto al diavolo.



Se vi mette a disagio l'idea, non potete capire.

Se non avete idea del perche' stia scrivendo di questo, non potete capire.

Se credete di sapere dove sto andando a parare, non potete capire.

Se pensate di conoscermi - by the way, non avete idea - non potete capire.

Se sapete di conoscermi, allora non c'e bisogno di capire.



Tutti i dormitori hanno chiuso, tranne Noyes - quello semicircolare dedicato agli studenti internazionali, una foto la trovate piu' giu' - e quindi e' toccato spostarsi. A centocinquanta metri in linea d'aria da camera mia, ma tant'e'. La mensa ha chiuso del tutto nel fine settimana da dieci minuti prima che ci arrivassi, quindi si sopravvive di affettati fino a domani. La camera era un porcile, e ricambiero' con una cacata nel cassetto dei calzini del proprietario, che ha fra l'altro allucchettato l'armadio. La maiala di su ma'.

Ma non e' questo l'importante: questi sono dettagli. Quello che conta e' come ieri mi sono fatto un giro di tutto il campus senza incontrare un'anima che fosse una.

Cushing, partenza via. Blodgett fintogotica q.b., scesina verdeggiante con sassello malefico, parcheggio vuoto, ponticello sul fiume, salitina, Terrace apartments squallidi come il set di un film porno categoria off-off-Vivid, palestra. Entro.
La luce non trova niente di meglio che rimbalzare sugli specchi, annoiata dalla mancanza di varieta' di colori e movimento. La capisco. I tapis roulant e le ellipticals sembrano strumenti di tortura, messi in fila come artefatti di un geometra alieno, e mi rendo conto che e' la prima volta che li vedo davvero per quello che sono. Finalmente un'altro luogo, dopo il parcheggio, fatto per l'assenza dell'uomo: solo che questo e' fatto per l'assenza spirituale. Segui la macchina, pensa come la macchina (vale a dire non pensare), muoviti come la macchina. Per quello basta e avanza il sistema nervoso, no? Il cervello rettile che si annida nella colonna vertebrale, quello che dice sempre e solo ciboacquacombattioscappascopaScopaSCOPA - la testa e' dovunque tranne che li'. Se poi ci si aggiunge l'iPod d'ordinanza allora la ricetta e' completa, la frittata e' fatta, l'addominale e' piatto, l'anima di piu'. Lascio un mozzicone nel cestino, e storco un manubrio dalla rastrelliera. Adesso se non altro sembra che qualcuno l'abbia anche solo immaginato, quel posto.
Esco, giro lungo per il campo da golf, osservatorio. Non l'avevo ancora detto che l'osservatorio piu' grosso dello Stato di New York e' proprieta' del campus? Peccato. Perdipiu' e' allucchettato. Non importa poi molto, tanto di vedere com'erano le stelle qualche anno fa non mi va. Le foto vecchie mi mettono tristezza.

Da questa distanza anche la ciminiera del vecchio impianto di riscaldamento serve per orientarsi, quindi taglio per il lago e arrivo a Main Building sotto un vento che basta solo a farmi notare come l'unico suono siano i miei passi. E gli scoiattoli che fanno a botte per i cestini della spazzatura.
Insomma, Main Building.
Avete presente le inquadrature di Shining con le due gemelline che si tengono per mano e fanno "Dai, Danny, vieni a giocare con noi" in mezzo ai corridoi dell'albergo? Uguale. Corridoi lunghissimi e deserti, la luce che sembra venire da dovunque e da nessun posto, le tracce psichiche di tutta quella gente raggrumate negli annunci scaduti di eventi attaccati alle porte dei cessi in comune, e soprattutto il silenzio. Ovatta i pensieri, il respiro, le giornate, ti costringe a fare qualcosa solo per ricordarti che la tua presenza e' l'unica rimasta fino a prova contraria, come un contratto capestro con la vita, come una minaccia che sai vera. Il silenzio e' l'arma piu' pericolosa che ha il mondo per farti notare chi sei.

(In un certo senso lo sapevo che per farmi tornare la voglia di scrivere mi ci sarebbero volute cose fuori dal comune - tipo quarantotto ore consecutive senza vedere o parlare con anima viva. Aspettatevi che fondi una setta in Texas entro la prima settimana di quest'andazzo, ma tanto laggiu' usa. E poi non si finisce mai di imparare in che razza di mondo si vive, no?)

Arrivo - o scappo, a scelta - sul quad, il quadrilatero composto da dormitori con in mezzo un prato enorme, e li' l'iPod ci mette lo zampino e mi spara in cuffia Walking on the moon. Dal primo tocco di batteria, ancora prima che parta il basso, mi metto a seguire il ritmo con le gambe mentre lo sguardo mi sbanda come un ubriaco idealista. Passa un aereo, basso abbastanza da contargli le ruote. Passa una macchina della security. Noto quanto e' bello quell'albero che spunta dal mezzo del quad, e faccio qualcosa della quale sentivo il bisogno da un bel po'.

Cambio prospettiva.

E' facile, dopotutto - basta avere abbastanza punti d'appoggio. Mano-piede, mano-piede, reggiti sempre, controlla di avere la presa con le suole. E non guardare in basso fino a che non sei arrivato in cima. Poi incastra un piede a contrasto, l'altro appoggialo dove ti pare, e guarda dove sei arrivato.
Guarda in alto, fai passare lo sguardo fra gli ultimi rami, e pensa. Pensa a tutti i posti che ti sono passati nelle orecchie, le destinazioni che conosci e tutte quelle che non hai mai visto, e senti il vento. E' passato il vento, gia'. E ha mosso la gente come da sempre muove le foglie. Mi accendo una sigaretta mentre gli ultimi rami dell'albero mi sembrano tante antenne per un segnale che non capiro' mai, espiro e per un attimo mi sento semplicemente niente. Quando si e' solo il rumore del proprio passo, smettere di muoversi e' peggio di quello che potrebbe mai essere per uno squalo.

Se c'e' da sopravvivere, ovvio.

2 Comments:

Blogger yesanastasia said...

Dovresti venire a Philadelphia!!

12:54 PM  
Blogger nicco said...

Ma fatti un po' sentire su "Il Cesso due"

4:47 AM  

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